Violenza domestica: uno studio europeo denuncia gravi criticità nella giustizia familiare

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Per molte donne uscire dalla violenza significa entrare in un nuovo labirinto.

Per molte donne europee, lasciare un partner violento non coincide con l’inizio della sicurezza, ma con l’ingresso in un nuovo terreno insidioso: quello della giustizia familiare. È quanto emerge da una vasta ricerca condotta in cinque Paesi — Bosnia, Inghilterra e Galles, Francia, Italia e Spagna — che solleva interrogativi profondi sulla capacità dei sistemi giudiziari di proteggere realmente donne e bambini.

Lo studio “La risposta della giustizia familiare agli abusi domestici”, realizzato da Shazia Choudry e Daniela Rodriguez Gutierrez e condotto in Italia con la collaborazione della rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, evidenzia una tendenza comune: una comprensione parziale e spesso fuorviante della violenza domestica da parte di giudici, avvocati e consulenti tecnici. In Italia la violenza domestica rimane in larga parte sommersa. Secondo l’indagine STEP (Università della Tuscia, 2019):

  • in alcune regioni un uomo su due ritiene accettabile la violenza “in determinate circostanze”;
  • il 63% delle donne accolte nei Centri antiviolenza ha figli minori;
  • 1 bambino su 5 subisce violenza assistita.

Nonostante ciò:

  • l’affidamento condiviso è applicato nel 90% dei casi;
  • vengono favoriti contatti non protetti con il genitore violento;
  • molte madri sono giudicate “non collaborative”;
  • i minori non vengono ascoltati o addirittura allontanati con prelievi coatti.

La ricerca cita la riforma Cartabia come potenziale strumento di innovazione, ma evidenzia come molti dei suoi principi non vengano applicati: i bambini continuano a non essere ascoltati e i consulenti tecnici d’ufficio risultano spesso privi delle necessarie competenze, quando non condizionati da pregiudizi misogini — come dimostrato dallo studio di Patrizia Romito e Marianna Santonocito.

Violenza minimizzata, denunce svalutate, bambini esposti

Gli episodi di abuso vengono frequentemente trattati come semplici conflitti tra ex partner. Molti professionisti li considerano “storici”, cioè appartenenti al passato della relazione, e dunque irrilevanti per decidere sull’affidamento dei figli.
A ciò si aggiunge una diffusa sfiducia verso le denunce delle donne: le cosiddette “false accuse”, statisticamente rare, vengono percepite come frequenti e strategiche. Le conseguenze sono gravi: bambini costretti al contatto con genitori violenti, anche quando gli elementi di tutela suggerirebbero prudenza.

Sopravvissute ignorate e processi che aggravano il trauma

In tutti i Paesi analizzati, molte donne riferiscono di essersi sentite:

  • ignorate o screditate nelle aule giudiziarie;
  • spinte a minimizzare la violenza per evitare ripercussioni;
  • giudicate più severamente degli uomini come madri;
  • responsabili del mantenimento del rapporto padre–figlio, anche in presenza di pericoli concreti.

Per molte sopravvissute, il percorso giudiziario diventa un trauma nel trauma: frustrazione, impotenza, senso di essere nuovamente accusate.

Problemi strutturali e uso distorto dell’“alienazione parentale”

Lo studio mette in luce criticità diffuse:

  • perizie che richiedono mesi o un anno intero;
  • tribunali sovraccarichi;
  • mancanza di formazione adeguata dei giudici;
  • scarsa comunicazione tra processo civile e penale;
  • costi elevati che escludono le donne dall’assistenza legale.

Nonostante le critiche internazionali, concetti riconducibili alla teoria dell’“alienazione parentale” continuano a condizionare le decisioni, anche senza nominarla esplicitamente. Comportamenti di paura o protezione delle madri vengono interpretati come manipolazione nei confronti dei figli, con effetti devastanti: le denunce vengono delegittimate e la responsabilità ribaltata sulle vittime.

In alcuni casi vengono invocati i diritti umani non per proteggere le donne e i bambini, ma per tutelare il “diritto alla vita familiare” del genitore violento.

Quattro interventi urgenti

La ricerca individua misure immediate per riportare equità nei sistemi giudiziari:

  1. Formazione obbligatoria su violenza domestica, stereotipi e discriminazioni per giudici, avvocati, assistenti sociali e consulenti.
  2. Standard rigorosi e verificabili per perizie e valutazioni tecniche.
  3. Riforme strutturali, inclusi tribunali specializzati e un migliore coordinamento tra giustizia civile, penale e servizi territoriali.
  4. Risorse adeguate per garantire tempi rapidi e reale accesso all’assistenza legale.

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