Quando la misoginia siede sui banchi della politica

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La cultura che alimenta il femminicidio non è un fenomeno marginale né confinato ai bassifondi dell’odio online. Abita anche le istituzioni. A Ravenna lo abbiamo visto con chiarezza, e continuare a ignorarlo significa diventarne complici.

Pochi giorni fa, la sindaca di Genova, Silvia Salis, aveva denunciato in Consiglio comunale gli insulti sessisti ricevuti sui social: attacchi volgari, degradanti, volutamente sessualizzati. Non è un caso isolato, ma il sintomo di un clima culturale che continua a normalizzare la violenza contro le donne, anche nelle sue forme più subdole: il linguaggio.

Un clima che, purtroppo, abbiamo respirato anche a Ravenna. Il vicepresidente di una circoscrizione territoriale ha scelto di commentare le iniziative del 25 novembre sulla pagina del settimanale Ravenna&Dintorni negando l’esistenza stessa della violenza di genere. E non si è fermato lì: ha auspicato un “contro corteo per umiliare le donne”, così — parole sue — avrebbero avuto “motivi reali” per lamentarsi. Quando una lettrice lo ha contestato, l’ha insultata.

A questo punto non si può più parlare di goliardia, provocazione o sfortuna comunicativa: siamo davanti a un pensiero strutturato, esplicito, violento.

La reazione delle associazioni femministe e dei Centri antiviolenza — Linea Rosa, Sos Donna, Demetra — è stata immediata. La Casa delle Donne ha promosso un flashmob in piazza del Popolo il 7 novembre. Una mobilitazione civile, determinata, che ha portato alle dimissioni del vicepresidente.
La buona politica dovrebbe fermarsi qui: riconoscere la gravità dei fatti e condannarli senza ambiguità.

Ma così non è stato.

Alcuni politici locali — Alberto Ancarani (Forza Italia), Alvaro Ancisi (Lista per Ravenna) e Mirko De Carli (Popolo della Famiglia) — hanno scelto di minimizzare, ridimensionare, giustificare. Non hanno chiesto le dimissioni di chi aveva usato parole umilianti contro le donne e aveva dileggiato una ricorrenza per le vittime di femminicidio.

Il problema non sono solo i violenti. Il problema — spesso più grave — sono coloro che tacciono, scrollano le spalle o peggio ancora fanno scudo a chi diffonde una cultura misogina. Perché è in queste indulgenze, in queste zone grigie, che la violenza trova nutrimento.

Oggi assistiamo a un paradosso inquietante: le nemiche diventano le attiviste, non gli autori di insulti brutali rivolti alle vittime. Si perdono di vista la Costituzione, la Convenzione di Istanbul, la CEDU. Si perde di vista la responsabilità politica di chi dovrebbe contribuire a un confronto pubblico serio, rispettoso, orientato alla tutela della dignità di tutti e tutte.

Se il clima culturale intorno alle donne si avvelena, la responsabilità è anche di chi alimenta questo avvelenamento con il silenzio, la complicità o l’ambiguità.
Ed è per questo che Ancarani, Ancisi e De Carli devono assumersi fino in fondo la responsabilità politica delle loro parole e delle loro omissioni.

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