La cultura dello stupro non è nascosta. È organizzata

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Stop violence

E’ stata scoperta recentemente  una sorta di accademia dello stupro online. Dopo la chat di Telegram condivisa da 80mila uomini, scoperta in Germania, dopo la piattaforma Phica.eu con 100mila utenti che si scambiavano foto di compagne o sconosciute senza consenso, o il gruppo fb Mia moglie (entrambi scoperti in Italia nell’estate del 2025) ecco un’altro caso che mette in evidenza quanto sia diffusa la cultura dello stupro. 

Non è solo una notizia di cronaca. È uno specchio della società.

L’inchiesta rilanciata da diverse testate nazionali, racconta l’esistenza di gruppi online in cui uomini si scambiano istruzioni su come commettere violenze sessuali e su come evitare di essere scoperti. A colpire non è soltanto l’orrore dei contenuti, ma la loro struttura: non siamo davanti a episodi isolati o a perversioni  individuali, ma a spazi organizzati, dove si apprende, si insegna, si legittima.

Per anni abbiamo parlato di “cultura dello stupro” che comprende linguaggi, stereotipi, atteggiamenti che contribuiscono a normalizzare la violenza. Oggi però questa definizione sembra non bastare più. Perché quella cultura ha fatto un passo avanti: ha preso forma, si è resa visibile, si è data luoghi e regole. È diventata, in un certo senso, esplicita.

Internet non ha creato tutto questo. Sarebbe troppo semplice dirlo. Ma ha reso possibile qualcosa di decisivo: ha connesso individui che prima erano isolati, ha dato continuità a pensieri che magari rimanevano inespressi, ha trasformato l’eco in coro. In questi ambienti digitali la violenza non è solo raccontata o immaginata, viene legittimata. E soprattutto, viene condivisa senza attrito morale, perché il gruppo funziona da specchio e da giustificazione.

C’è poi un altro elemento che continua a sfuggirci. Davanti a notizie come questa, la reazione più immediata è definire i responsabili come “mostri”. È una parola che rassicura, perché li colloca fuori da noi, li rende eccezioni. Ma forse è proprio qui che rischiamo di non capire. Perché quei comportamenti, per quanto estremi, non nascono nel vuoto. Si inseriscono in un contesto più ampio in cui certe narrazioni sulla sessualità, sul consenso e sul potere continuano a circolare, spesso senza essere messe davvero in discussione.

Ed è qui che entra in gioco un punto cruciale, spesso evocato ma ancora troppo poco praticato: la prevenzione, a partire dalla scuola con interventi formativi rivolti alle giovani generazioni.

Se la violenza può essere appresa — come dimostrano queste comunità — allora può anche essere disinnescata attraverso altri percorsi educativi. Parlare di consenso, di rispetto, di relazioni, di emozioni non è un’aggiunta “valoriale” al programma scolastico: è una competenza di base. Significa fornire strumenti per riconoscere i confini, per comprendere il proprio comportamento e quello degli altri, per sviluppare senso critico rispetto ai modelli che si incontrano online e offline.

La scuola, in questo senso, non è solo un luogo di istruzione, ma uno spazio di costruzione culturale. Ignorare questo ruolo significa lasciare un vuoto che altri — anche i peggiori — sono pronti a riempire.

Se qualcosa può essere insegnato, appreso e trasmesso, allora è cultura. E se esiste una sorta di “scuola”, per quanto aberrante, significa che esiste anche un linguaggio comune, una base condivisa su cui costruire. Questo è forse l’aspetto più difficile da accettare: non siamo davanti a un fenomeno nascosto, ma a qualcosa che abbiamo imparato, in parte, a non vedere.

A questo punto la domanda non è più se la cultura dello stupro esista. La domanda è quanto siamo disposti a riconoscerla quando smette di essere implicita e diventa organizzata, visibile, persino didattica.

Indignarsi è inevitabile, ma non sufficiente. Serve intervenire prima, molto prima. Nei luoghi in cui si formano le persone, non solo le opinioni.

Demetra donne in aiuto, da anni, interviene nelle scuole superiori col progetto Libere e liberi di essere e nelle scuole medie con il progetto Guardare e vedere le differenze ma è necessario implementare gli interventi e renderli parte integrante dei percorsi formativi e di studio. 

Perché ciò che oggi vediamo così chiaramente non è nato all’improvviso. E proprio per questo, se vogliamo contrastarlo, dobbiamo iniziare a guardarlo per quello che è: non un’anomalia, ma una continuità che si manifesta con nuove tecnologie.

Solo da lì può partire una risposta reale

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