Denunciato per maltrattamenti e lesioni con allontanamento dalla casa familiare: il Tribunale della Libertà di Bologna lo autorizza a lavorare sotto l’abitazione della vittima

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Ancora una sottovalutazione del rischio che le donne devono affrontare nei percorsi di uscita dalla violenza. Una storia che preoccupa chi, ogni giorno, si trova ad affrontare situazioni di violenza e maltrattamento. L’ennesimo caso di vittimizzazione secondaria su cui il Centro antiviolenza agirà per sostenere la signora e cercare di limitare i rischi per lei e per sua figlia. 

Una donna sostenuta dal Centro antiviolenza Donne in aiuto, sta vivendo una situazione tanto angosciante quanto paradossale. Ospitata nei mesi passati nella Casa Rifugio dopo aver denunciato maltrattamenti e un tentativo di strangolamento da parte dell’ex marito che le ha causato ben 25 giorni di prognosi, ha chiesto e ottenuto dal Tribunale di Ravenna l’ordine di allontanamento dalla casa famigliare e il divieto di avvicinamento per una distanza non inferiore ai 250 metri. 

Le violenze, compreso il tentativo di strangolamento, sono avvenute alla presenza della figlia e per questo sono stati disposti incontri protetti padre – figlia. Dopo la violazione del divieto di avvicinamento, il Tribunale di Ravenna ha emesso un’altra misura cautelare: il divieto di dimora nel comune di residenza della vittima. 

Nel frattempo, la donna ha fatto rientro nella propria abitazione con la figlia, in attesa dell’esito dei procedimenti penali a carico dell’ex marito per lesioni e maltrattamenti, sottrazione di minore, violazione del divieto di avvicinamento, appropriazione indebita ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Ma il 30 settembre scorso, il Tribunale della libertà di Bologna, accogliendo il ricorso dell’uomo contro la misura cautelare del divieto di dimora, ha disposto la revoca della misura cautelare del divieto di dimora nel comune di residenza della vittima: “ferma permanendo l’applicazione nei confronti del predetto delle misure cautelari già in corso dell’allontanamento dalla casa famigliare e del divieto di avvicinamento alla persona offesa e ad ogni luogo da essa frequentato, mantenendo da essi distanza non inferiore ai 250 metri e con divieto di comunicare con la stessa, autorizzando l’uomo a svolgere attività lavorativa presso la propria officina adiacente all’abitazione familiare”. 

“Dopo ben tre sentenze della Cedu – Corte Europea dei diritti umani – che ha condannato l’Italia per una inadeguata protezione delle vittime ancora non esiste una formazione e una cultura giuridica che metta al primo posto la protezione delle vittime di violenza domestica – ” ha detto Elena Biaggioni, avvocata e Vicepresidente dell’Associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza.

La situazione paradossale che si è venuta a creare – ha commentato Alice Rondinini, avvocata della donna – è frutto di lacune dell’impianto normativo, che, come recita anche la recente sentenza delle Sezioni Unite, depositata il 20 settembre 2022, attribuisce alla vittima di reati commessi con violenza alla persona solo uno “spazio episodico”, non essendo coinvolta in fasi cruciali del procedimento cautelare, quale, appunto, l’udienza avanti il Tribunale della Libertà. Ho già avviato una interlocuzione con la Procura di Ravenna. Al fine di superare l’illogicità di questa decisione. L’autorizzazione in questione fu concessa dal GIP – Giudice delle Indagini preliminari del Tribunale di Ravenna – quando la donna era in Casa Rifugio, ma ora che ha fatto rientro a casa, il rispetto del divieto di avvicinamento è impossibile da mettere in pratica. Davvero non comprendiamo cosa costi a questo signore spostare gli attrezzi dal garage altrove, tanto più che ha già da tempo asportato dalla casa coniugale, la caldaia e gli arredi”.

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