L’introduzione della fattispecie di reato e il riconoscimento giuridico del reato di femminicidio non convince i Centri antiviolenza della rete D.i.Re. Riteniamo che solo attraverso un radicale contrasto alle disparità e alle asimmetrie di potere tra uomini e donne si possa davvero contrastare il fenomeno della violenza sessista. L’ergastolo, siamo convinte, non porterà ad un calo dei femminicidi. Non è stato così in Argentina, dove è diventato reato da qualche anno, e difficilmente lo sarà in Italia. Alcuni passaggi del ddl sono interessanti come quello della necessità di una formazione specifica dei magistrati. Le otto condanne della Cedu – Corte Europea dei diritti umani – all’Italia (l’ultima a febbraio) per violazione dei diritti delle donne che subiscono violenza, indicano che il rischio di vittimizzazione istituzionale delle donne che denunciano violenze è ancora alto in Italia. Le motivazioni delle sentenze, come quella della Corte D’Assise di Modena per il duplice femmicidio di Renata e Gabriela Trandafir, che definiscono le motivazioni dell’assassino, Salvatore Montefusco, “umanamente comprensibili” pur in presenza di una condanna a 30 anni, rivelano che nella magistratura permangono pregiudizi e stereotipi sessisti. I cambiamenti culturali non si fanno a colpi di ergastolo o di misure securitarie ma con investimenti economici adeguati a cambiare la cultura di un paese. Non si risponde al diritto di libertà dalla violenza delle donne a colpi di ergastolo. Oltre al reato di femminicidio, nel ddl viene introdotta un’aggravante specifica di discriminazione per tutti i reati espressione di violenza alle donne, le avvocate dei centri antiviolenza ne monitoreranno l’effettiva efficacia. Restiamo convinte che una iniziativa legislativa di questa portata avrebbe meritato un ampio confronto dentro e fuori dal parlamento, con il coinvolgimento dei Centri antiviolenza e delle associazioni delle donne.
Ddl femminicidio: riconosciuto nel codice ma la cultura che lo produce è ancora ben radicata nella realtà
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