Ci siamo appena lasciate alle spalle la Giornata Internazionale della donna, e ci sono ben poche conquiste da festeggiare, perlomeno in tema di parità salariale e di opportunità lavorative. In base ad una ricerca del Cnel- Istat, ci sono ancora grandi disparità e discriminazioni che colpiscono le donne.
La ricerca rileva che c’è una lenta crescita dell’occupazione femminile ma l’Italia rimane il Paese col più basso tasso di occupazione d’Europa, meglio di noi Grecia e Malta. Permangono grandi disparità territoriali che si sommano a quelle generazionali, della cittadinanza e del livello di istruzione. Nel Nord sono occupate il 62,8% delle donne, tra 15 e 64 anni, quota che scende al 59,9% nel Centro e diviene poco più di un terzo nel Mezzogiorno (37,2%).
La vulnerabilità lavorativa resta maggiormente diffusa tra le donne. Tra gli uomini circa sette occupati su dieci possono contare su un lavoro standard (dipendente a tempo indeterminato o autonomo con dipendenti) mentre le donne in quella stessa situazione sono poco più della metà (53,9%). Quasi un quarto delle donne che lavorano – quasi 2 milioni e mezzo – presentano elementi di vulnerabilità, contro il 13,8% gli uomini.
Il precariato o il part time riguarda soprattutto le lavoratrici. A incidere maggiormente sulla differenza tra uomini e donne è il fatto di svolgere un lavoro a orario ridotto non per scelta: le lavoratrici che hanno come unico elemento di vulnerabilità il part time involontario sono il 8,6% rispetto al 2,5% degli uomini. La vulnerabilità lavorativa è maggiormente presente al sud, soprattutto in agricoltura, alberghi, ristorazione e servizi alla famiglia.
Le madri hanno un’occupazione più bassa rispetto alle donne senza figli. Anche perché persiste uno scarso utilizzo del congedi parentali, l’80% è utilizzato dalle donne. Il peso del lavoro di cura resta sulle spalle delle madri. Il 69,3% delle donne che vivono da sole ha un impiego, percentuale che, pur restando tra le più elevate, scende al 62,9% tra le madri sole e al 57,2% tra le madri in coppia (più di 12 punti di distanza dalle single). Un dato significativamente più basso riguarda le donne che vivono come figlie nella famiglia di origine, con un tasso di occupazione pari al 31,1%, in conseguenza sia dell’investimento in percorsi di formazione, sia delle difficoltà di accesso al mercato del lavoro delle più giovani.
Il carico familiare continua comunque a rappresentare un motivo di rinuncia all’attività lavorativa, soprattutto quando ci sono bambini in età prescolare. Nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, meno della metà delle madri risulta occupata, a fronte di oltre il 60% nella fascia tra i 35 e i 54 anni.
Questo per quanto riguarda la possibilità delle donne di trovare un’occupazione. E per quanto riguarda ruoli di prestigio o potere? È uscito da poco il report Sesso è potere, curato da info.nodes e onData e redatto da un team di ricercatrici e giornaliste (uso il femminile sovraesteso, è pur sempre l’8 marzo). Esiste, per usare le parole di Giulio Cavalli che ha commentato il report, “una maschiocrazia trasversale”. Solo il 15% delle persone che amministrano comuni italiani sono donne; la percentuale di deputate e senatrici è ferma al 34%; lo stesso Governo Meloni è composto per il 75% da uomini, è evidente che una presidente del Consiglio non faccia una primavera. Sulla parità tra uomini e donne pare si sia ancora in pieno inverno.
